martedì 19 agosto 2008

Tra scelta e dovere



Ci sono un sacco di domande che fino a pochi giorni fa non mi sarei mai posto.
Davo per scontato che l'accettare di essere gay passasse solo dal riconoscere che mi piace il cazzo, e non la pota, ma dando per scontate le dinamiche di coppia, adattandole semplicemente a quello dello schema eterosessuale.
Ho criticato le dive che pensano solo al bel vestire, ma dimenticando che ragazze e ragazzi della “giusta sponda” non fanno altro... no, non è così.
Non siamo gli etero. Ci siamo tagliati le palle adattandoci a loro, rendendoci parte attiva nella nostra sottomissione economica, trasformandoci in vittime consapevoli, diventando solo un gruppo con un enorme potere commerciale ed un target prevedibile per ogni azienda.
L'unico gruppo che poteva realmente portar avanti un progetto socilae si è venduto anima e corpo, soprattutto corpo, al mostro capitalista... emarginando l'emarginato.
Quanti gay non fashion troviamo in un locale? Quanti omosessuali su una sedia a rotelle abbiamo conosciuto? Magrebini, siriani, zingari? Ci dividiamo tra locali gay, e lesbo, Leather ed orsi, Ireos, Arci ed Associazione Gay e Lesbica. Emarginiamo l'emarginato, ci vergogniamo di noi stessi, vogliamo essere l'Altro, senza cercare una nostra identità, senza comprendere quanto sia frustrato l'Altro, con la sua autorepressione sessuale.
Ci freghiamo con le nostre mani: i nostri locali vivono per il sesso che non sappiamo esprimere, Dark e saune richiedono tesseramenti che certificano a pagamento la nostra froceria, soldi girano e girano ma non per emanciparci, per capire chi siamo, per aiutare chi non riesce a sentirsi, non si può fare, non si vuole fare. Perché se i locali investissero parte dei soldi in attività sociali, perderebbero la loro clientela. Vivono di chi il sesso non sa vivere, di chi non si accetta, di chi si smercia, di chi non vuole riconoscere la propria anima. Educare la gente al viversi sarebbe come se il mio macellaio di fiducia mi obbligasse ad una dieta macrobiotica.
E noi? Noi cosa facciamo? Restiamo a guardare. Ci lamentiamo.
Decidiamo di non farci vedere in giro che è sconveniente.
Di non tenerci per mano in pubblico, di non baciarci, toccarci, amarci, parlarne, sperarne.
Ma non possiamo decidere.
DOBBIAMO farlo. Per chi non riesce, per chi non capisce, per chi non si ama, per chi ha davvero paura.
È nostro dovere capirci e farci accettare, far pensare, fare scandalo, fare notizia, fare riflettere.
Fino a quando resteremo qui, silenziosi, a vivere le nostre vite di nascosto, saremo nella mano che ci accoltella, che ci strozza, che ci uccide ogni giorno in qualche punto di questo mondo represso.

1 commento:

Arin ha detto...

Quello che dici è completamente vero. E' inutile che continuiamo a chiedere diritti quando tutta la nostra vita è chiusa dentro un locale.
arina_90@hotmail.it